Unione Europea contro Microsoft: la lite infinita

19 03 2009

La storia dei difficili rapporti tra l’Unione Europea e la Microsoft è di vecchissima data: l’autorità antitrust continentale, infatti, ha nel mirino i sistemi operativi dell’azienda di Redmond già dal 2000. Allora i motivi del contendere erano essenzialmente due: l’inclusione, nelle diverse versioni di Windows via via succedutesi, del Windows Media Player e la scarsa trasparenza di Microsoft, che non avrebbe fornito ai concorrenti del settore dei server di fascia bassa sufficienti informazioni per garantire una concorrenza equa. In altri termini, Microsoft non avrebbe fornito agli altri produttori tutte le informazioni necessarie a far funzionare correttamente i propri software su macchine dotate dei sistemi operativi Windows server. Negli anni a queste querelle si è aggiunta anche quella relativa a Internet Explorer: il browser, infatti, è integrato nel sistema operativo, esattamente come il Media Player, e questo, secondo il concorrenti di Microsoft e l’autorità per la concorrenza dell’Unione Europea, è lesivo dei diritti delle altre aziende che producono software di navigazione sul web.

La questione è andata avanti per anni e l’Unione Europea ha irrogato a Microsoft multe miliardarie; l’azienda si è difesa, ha proposto compromessi, è stata monitorata costantemente dalle autorità antitrust europee, ha tentato di blandirle, ha fornito risposte ritenute insufficienti, ma il rapporto non è mai uscito dai confini della conflittualità.
Una sorta di riassunto delle puntate precedenti lo possiamo trovare in un articolo, a firma Andrea Franceschi, apparso sul blog de Il sole – 24 ore quasi due anni fa:

Che tra il commissario europeo alla concorrenza Neelie Kroes e Microsoft non corresse buon sangue è cosa nota: negli ultimi quattro anni ha inflitto al colosso di Redmond sanzioni per circa 1,68 miliardi di euro. Con la sua ultima uscita in favore del «software libero» poi, la responsabile Ue ha tolto ogni dubbio. «So riconoscere una scelta imprenditoriale intelligente e preferire programmi open source è una di queste» ha detto Neelie Kroes in una conferenza stampa di Bruxelles. «Nessuna azienda o cittadino dovrebbe essere costretto ad adottare una tecnologia chiusa» ha proseguito.
La Kroes ha citato direttamente il comune di Monaco, che da settembre ha adottato il sistema operativo Linux al posto di Windows e il suo paese, l’Olanda, dove Governo e Parlamento si sono impegnati ad utilizzare software libero. «Le istituzioni comunitarie hanno molto da imparare da questi esempi. Il problema dell’interoperabilità è molto importante. Per affrontarlo nel migliore dei modi, è meglio evitare di affidarsi ad unico committente. Ciò significa compromettere il controllo totale sulle informazioni» ha puntualizzato.
Nel suo discorso, il commissario ha evitato di parlare apertamente di Microsoft, il primo produttore di software al mondo, ma il riferimento all’azienda guidata da Steve Balmer è risultato evidente. «Prima d’ora non c’è mai stata, nella storia del commissariato, un’azienda che è stata condannata per due volte consecutive in un caso di concorrenza» ha detto sottolineando il rischio che corre Microsoft.
Ed è proprio sulla scarsa interoperabilità dei programmi del colosso di Redmond, che si sono registrati gli scontri più duri tra Unione europea e l’azienda. Microsoft è già stata sanzionata per abuso di posizione dominante nel mercato dei media software (Windows media player) ed è stata bacchettata anche perché i suoi sistemi operativi hanno dei limiti a comunicare con i server. Nei mesi scorsi poi, la Kroes ha aperto altre due inchieste su Internet Explorer e sulla suite Office. L’accusa è sempre la stessa: essere poco compatibile con altri programmi e quindi costringere privati e aziende ad acquistare solo prodotti della stessa famiglia violando in tal modo la normativa antitrust dell’Unione europea. Microsoft, che lo scorso 21 febbraio si è formalmente impegnata a migliorare l’interoperabilità dei suoi programmi con quelli dei suoi rivali, non ha commentato le parole del commissario Kroes.

Qual è oggi lo stato dell’arte? Conflittuale, ovviamente. Adesso, però, al centro del mirino non sta più Media Player, o la scarsa trasparenza del sistema operativo che non consente a prodotti concorrenti di funzionare al meglio adesso c’è, come abbiamo già visto, Internet Explorer, come riporta Laura Benedetti su Notebook Italia:

La notizia è stata comunicata dal portavoce dell’azienda di Redmond, in una nota ufficiale per la stampa. L’Unione Europea, nello specifico, accusa Microsoft di concorrenza sleale per aver impedito ad altri browser, suoi rivali, di poter essere integrati in sistemi operativi Windows. La “dichiarazione di obiezioni” della UE è stata quindi diffusa in queste ore da Microsoft, il quale riferisce che le procedure di AntiTrust applicate in America dal 2002, non hanno regolamentato il rapporto tra i software Windows ed Explorer.

L’azienda di Redmond sta studiando il caso, per rispondere formalmente nei prossimi due mesi, pur escludendo un’audizione formale. Ricordiamo che non è la prima volta che Microsoft è costretta a chiarire la sua posizione, in quanto accusata di concorrenza sleale.

Nuovi attori appaiono sulla scena, pronti a dar manforte all’antitrust europea; così Mozilla, la casa madre di Firefox, si schiera contro Microsoft; Luca Annunziata riporta, su Punto Informatico, le dichiarazioni del presidente dell’azienda del panda rosso:

Mitchell Baker, presidente ed ex-CEO di Mozilla, sul suo blog era stata adamantina: “Nella mia testa, non c’è assolutamente alcun dubbio che le affermazioni (della Commissione europea, ndr) siano corrette. Neppure il più piccolo dubbio. Ho partecipato alla creazione e distribuzione di browser web continuamente sin da prima che Microsoft iniziasse lo sviluppo di IE, e i danni causati da Microsoft alla competizione, all’innovazione e alla rapidità di sviluppo del web stesso sono allo stesso tempo evidenti e ancora in corso”.
Ci sono volute parecchie settimane perché Mozilla si pronunciasse, ma quando è arrivato il momento non l’ha certo mandata a dire. E mentre Baker annunciava la sua intenzione di offrirsi alla UE in qualità di consulente per dirimere la questione, ecco che poco più di 48 ore dopo arriva una conferma da Bruxelles: Mozilla è stata ammessa, in qualità di casa madre di Firefox, al dibattimento sull’indagine in corso in merito alle politiche adottate da Microsoft a proposito della distribuzione del suo Internet Explorer. Un’azione iniziata in seguito alla denuncia presentata dalla scandinava Opera, azienda creatrice del browser omonimo.

Mozilla Foundation non è il solo alleato dell’Unione Europea: anche Google, infatti, ha preso apertamente posizione, lamentando il fatto che Microsoft sfrutti la sua posizione dominante nel settore dei sistemi operativi desktop per trarre illeciti vantaggi, imponendo, di fatto, la scelta di Internet Explorer come browser, come scrive Cristiano Ghidotti su OneWindows:

Anche Google fa il suo ingresso nel procedimento legale che vede Microsoft imputata e costretta a chiarire, entro pochi giorni, la propria posizione di dominio in quella che è possibile definire, senza timore di esagerazioni, la “guerra dei browser“.

L’azienda di Redmond, che dovrà presentare la propria documentazione all’Unione Europea per motivare il perché dell’inclusione di una copia di Internet Explorer con tutti i sistemi operativi distribuiti, è accusata di non permettere ai consumatori la libera scelta del software da utilizzare nella navigazione su Web.

Tutto nacque da una denuncia da parte di Opera risalente al 2007. Il risultato potrebbe essere la decisione di costringere Microsoft a permettere agli acquirenti e alle case produttrici quale browser includere nei propri prodotti.

Forse, però, dietro la decisione di Google, che si affianca a Opera (che presentò la denuncia nel 2007, ad Apple, in veste di produttore del browser Safari) e a Mozilla, ci sarebbero anche altri motivi; un’interpretazione in tal senso la dà Francesco su ItaliaSw:

La reazione di Google può definirsi chiaramente come un tentativo di dare maggiore visibilità a Chrome che si attesta ancora come il 4° Browser, la risposta di Google è anche una scelta dettata dai numerosi “inserimenti” di Microsoft quando concludeva delle acquisizioni. Tutti ricorderanno quanto si è battuta Microsoft contro il DEAL Yahoo – Google ai soli U.S, Microsoft si è resa partecipe anche di numerose obiezioni quando Google concludeva l’acquisizione di Doubleclick. Se Google si muove con l’Unione Europea non ha però le spalle sufficientemente coperte, detiene il 60% di share nelle ricerche nei Stati Uniti mentre lo share nelle ricerche in Europa sale al 70% allineandosi a quello che detiene Internet Explorer nei Web Browser.

Cosa rischia Microsoft? Sanzioni miliardarie. Ecco cosa scrive Gianluca Salina su Blog!:

Il gigante del software ha annunciato che risponderà all’Unione Europea entro due mesi, memore forse che tempi ben più dilatati avevano permesso all’organo che ha sede a Strasburgo di comminargli sanzioni che ammontano finora all’incredibile cifra di 1 miliardo e 700 milioni di €, gran parte dei quali raccolti con due differenti multe, la prima di 497 e la seconda di 899 milioni di €.

Per Microsoft l’alternativa è dunque agevolare secondo le normative vigenti la concorrenza, oppure continuare ad essere una delle maggiori fonti di introito per l’UE; c’è da pensare che, visto il comportamento tenuto finora, gli convenga questa seconda ipotesi.

Arturo Di Corinto, sul suo blog, riporta la notizia della discesa in campo anche di Free Software Foundation Europe, il braccio europeo della fondazione per la promozione e lo sviluppo del software libero:

Free Software Foundation Europe annuncia oggi che supporterà l’indagine antitrust della Commissione Europea contro Microsoft e a questo fine ha richiesto formalmente di essere ammessa come terza parte interessata.

L’indagine è partita il 16 gennaio quando il DG alla Concorrenza della Commissione Europea ha comunicato di aver rilasciato una dichiarazione di opposizione in riferimento al mancato rispetto degli standard web da parte di Microsoft e all’unione di Internet Explorer (IE) con la famiglia di prodotti del sistema operativo Windows. L’azione è basata su un reclamo, che FSFE ha sostenuto pubblicamente nel 2007, presentato da Opera, un’azienda europea impegnata nello sviluppo di browser web.

FSFE ritiene inaccettabile il comportamento anti-concorrenziale, sia che si esplichi nell’ “unione” di prodotti, o nell’aggiramento degli standard e dell’equo accesso. FSFE cercherà di sostenere tutti i processi che garantiscono la concorrenza e favoriscono l’innovazione.

FSFE promuove la libertà di scelta e protegge gli Standard Aperti. Questo significa anche impegnarsi contro il mancato rispetto degli standard per mezzo di estensioni proprietarie che segmentano Internet in modo illegale. FSFE è favorevole alla partecipazione di qualsiasi azienda al mercato dei browser, incluse quelle che ottimizzano i loro prodotti per funzionare al meglio su piattaforme specifiche.

Ma nessuna azienda dovrebbe essere nella posizione di dettare come Internet si svilupperà usando il dominio su una piattaforma per erodere gli standard attraverso il controllo dei server e dei client.

Il Presidente di FSFE Georg Greve commenta: “La legge antitrust deve intervenire quando si verifica un costante ed enorme abuso di una posizione dominante che sta danneggiando la concorrenza in altri settori. Nel caso specifico, Microsoft ha prima usato il monopolio sulla piattaforma per creare un’artificiale ubiquità per Internet Explorer, e poi ha modificato gli standard col duplice obiettivo di distorcere la compatibilità e la concorrenza.”

“Le decisioni progettuali di dare a IE una migliore integrazione rispetto ai browser alternativi e di cambiare gli standard web in modi non documentati non erano giustificate da esigenze tecnologiche. Le conseguenze che hanno reso necessario l’intervento della Commissione Europea erano programmate, non involontarie”, conclude Greve.

“Le dichiarazioni di Microsoft di essere a favore della concorrenza e dell’interoperabilità devono essere seguite da atti concreti di buona volontà,” afferma l’Avv. Carlo Piana, consulente di FSFE. “Finora ne abbiamo vista poca: recenti azioni contro il Software Libero ne sono una prova eloquente. Non ci stancheremo di chiedere che una vera concorrenza venga ristabilita e che tutti gli attori siano trattati ugualmente.”

Di segno contrario è l’annuncio che l’Unione europea ha deciso di allentare il costante monitoraggio che aveva stabilito per Microsoft. La notizia è data, tra gli altri, anche da Mediiv su Cronaca 24:

La Commissione europea ha deciso di porre fine alla sorveglianza a tempo pieno di Microsoft, rinunciando al fiduciario che era stato nominato nel 2005 per vigilare sul rispetto della decisione Antitrust imposta nel 2004 all’azienda di Redmond. Lo riferisce un comunicato, spiegando che d’ora in poi Bruxelles sorveglierà Microsoft avvalendosi dei servizi di consulenti tecnici da chiamare di volta in quando. Alla luce dei mutamenti nel comportamento di Microsoft – si legge nella nota -, delle maggiori opportunità per terzi di esercitare i loro diritti ricorrendo direttamente ai Tribunali nazionali e dell’esperienza acquisita dall’adozione della decisione del 2004, la Commissione non necessita piu di un fiduciario di sorveglianza a tempo pieno per valutare l’ottemperanza di Microsoft. In futuro, la Commissione intende avvalersi dell’assistenza ad hoc di consulenti tecnici.
Il meccanismo del fiduciario, affidato al professor Neil Barrett e pagato dalla stessa Microsoft, era stato deciso il 28 luglio 2005. La decisione era stata presa dopo un lungo contenzioso tra la Commissione e il colosso informatico apertasi con la multa da 497 milioni di euro imposta nel 2004 per abuso di posizione dominante, confermata anche dalla Corte Ue. Successivamente l’esecutivo comunitario aveva lamentato un’insufficiente ottemperanza da parte della societa americana e aveva per questo decretato il costante monitoraggio.

Il dibattito su Internet Explorer inizierà il dodici marzo.





La campagna anti-monopolio

19 03 2009

The <<Stop Bill Gates before it’s too late>>campaign è una delle tante iniziative tese a contrastare il monopolio del software da parte di Microsoft,sollecitando gli utilizzatori di personal computer a installare un software per la navigazione in internet diverso da quello diffuso dalla casa madre di Redmond,Windows Explorer. Il tutto tramite uno script che compare sullo schermo del proprio pc alla connessione dei siti della campagna,con un avviso,dentro un pop-menu,che invita a leggerne e acondividerne le motivazioni,ricordando che il monopolio è una minaccia alla concorrenza e all’innovazione,e mantiene spropositatamente alti i costi del software. I promotori,infatti,ritengono che,avendo Gates forzato le case produttrici di computer a vendere i loro pc con il browser preinstallato,iniziativa che gli ha causato un processo federale per essere contravvenuto alle leggi anti-monopolio,ha contribuito a rendere gli utenti di Windows analfabeti informatici,incapaci di scegliere e installare un browser alternativo a quello fornito da Microsoft. E rincarano la dose ricordando anche l’attività lobbistica di Gates al Congresso americano. Dunque,per fermarlo,propongono di fare informazione sulla situazione del monopolio usando lo script nelle proprie home page. Tale script avvisa della campagna e chiede se si vuole installare un software alternativo a quello individuato sulla macchina dell’utente,cioè  Internet Explorer. E per incoraggiare quante più persone a farlo,i curatori della campagna offrono il loro aiuto e mettono a disposizione un elenco di indirizzi di posta elettronica a cui rivolgersi per qualunque problema o informazione.





Software,hardware e reti di comunicazione

19 03 2009

L’hacking è arte della programmazione,attitudine che porta a semplificare un codice macchina per facilitare un processo di comunicazione interno alla macchina,tra la macchina e l’utente,tra gli utenti stessi. Hacking è soprattutto condivisione di conoscenze,e per questo è un potente motore dell’innovazione sociale e tecnologica. L’innovazione si basa sul libero scambio di informazioni,garantito dalla creazione di sistemi aperti,tramite l’introduzione di nuovi strumenti. E’questo ciò che è accaduto con la creazione dell’Emacs,del progetto Gnu e di Linux. Linux è il termine generico con cui è diventato noto il software libero,alternativo al sistema proprietario Microsoft Windows;Emacs è un potente editor di testi scritto nel 1994 da Richard Stallman,uno dei padri del softaware libero e del progetto Gnu,un progetto di sistema operativo non proprietario. Gnu è un acronimo per “Gnu’s not Unix”,e significa Gnu non è Unix,nel senso che ha le stesse funzionalità ma non è un sistema proprietario. Gnu è il progetto collettivo per cui è stato scritto il corpo del sistema operativo,che,integrando il kernel sviluppato da Linus Torvalds nel 1991,è diventato l’ormai famoso Linux,che ha messo in discussione il monopolio della Microsoft nella diffusione dei software necessari a far funzionare macchine informatiche. Ma un sistema operativo è fatto di più moduli,e nel caso di Linux,la maggior parte di questi era nata e si era diffusa ben prima che che Torvalds scrivesse il kernel. Da allora,migliaia di programmatori e singole aziende,in modo libero e collaborativo,hanno sviluppato applicazioni di software libero,editor di testi,fogli di calcolo,programmi grafici e di comunicazione che hanno reso facile ed intuitivo l’utilizzo di Linux stesso. Linux ha concretizzato i principi dell’etica hacker. Linux non esisterebbe senza la solida organizzazione a rete dei suoi sviluppatori,un modello spontaneo,decentrato,orizzontale e aperto,fondato sulla condivisione dei metodi e l’idea di un obiettivo comune. Gli ingredienti che stanno alla base di questo successo stanno in quelle poche e semplici regole che sono alla base dell’etica hacker:accesso illimitato,condivisione delle conoscenze,irriverenza verso i saperi precostituiti,senso di comunità l’idea che la conoscenza appartiene a tutti e chedeve quindi essere libera. Il copyright è considerato una sorta di peste sociale che frena l’innovazione;per questo è stato creato il concetto di copyleft,che somiglia al copyright dal punto di vista meramente legale,ma al contrario di questo,da diritto al libero uso del software con la sola restizione di includere in ogni nuovo prodotto la libertà incorporata nella General Publi License (Gpl) di adattare il software ai propri scopi,di distribuirlo liberamente per incentivarne l’uso,di aiutare la comunità consentendo a ciascuno di migliorare il programma,e una volta modificato,di distribuirlo con le stesse garanzie di libertà. E questo è un altro fattore del successo di Linux,averlo inserito nel progetto Gnu e l’aver accettato la logica del copyleft. Linux perciò rappresenta un esempio paradigmatico dell’economia della reciprocità,del dono e della gratuità. La filosofia del software libero quindi è solo una delle strategie di risposta alla distribuzione diseguale delle risorse ma forse ne costituisce l’asse portante. Stallman,infatti,non parla di gratuità economica,ma di libertà,di coscienza e di responsabilità di produttori e utilizzatori delle tecnologie dell’informazione,cercando di fare chiarezza sui termini “open source” e “free software”,erroneamente ritenuti intercambiabili. Open source è un programma di cui è possibile leggere il codice sorgente,cioè il linguaggio di programmazione usato per creare il file eseguibile dell’utente,ma non è modificabile e rimane proprietario. Altra cosa è il software libero,che invece non solo consente di visualizzare e studiare il codice sorgente,ma permette di copiarlo,modificarlo e distribuirlo con le eventuali modifiche apportategli,con il solo vincolo di dare al successivo “possessore”le stesse libertà.





L’hacktivism e la distribuzione delle risorse

19 03 2009

La distribuzione equa delle risorse è alla base dell’etica dell’hacktivism,e questo obiettivo sta alla base di pratiche differenti:distribuire l’informazione,i saperi(contenuti),le competenze(know how) e gli strumenti(hardware e software). La distribuzione dell’informazione riguarda la diffusione di news,fatti e conoscenze di interesse pubblico e collettivo,e si concretizza nella creazione dei media indipendenti,come portali informativi,newsgroup,mailing list e network digitali. Questa pratica entra in conflitto con gli oligopoli dell’informazione,con l’informazione verticale e il copyright,con le barriere all’informazione e le diverse forme di censura. Il distribuire saperi consiste nella pubblicazione di opere di editoria multimediale così come di mezzi più tradizionali quali libri,cd,riviste,oppure con l’organizzazione di conferenze,presentazioni e seminari. In questa categoria rientra la critica alla proprietà privata del sapere,le cui tematiche di riferimento sono il diritto alla conoscenza,il diritto di accesso e il controllo collettivo sul sapere pubblico. Il distribuire competenze avviene attarverso gli stessi luoghi della distibuzione del sapere,a cui si aggiunge la creazione di workshop,laboratori e scuole. Le tematiche principali sono l’alfabetizzazione,le pari opportunità e il diritto all’istruzione. Il distribuire gli strumenti consiste nella creazione di hardware e software gratuito o a basso costo(free software,open source..),ma anche nella distribuzione di software tramite radio o altre forme di distribuzione libera. Lo stesso vale per l’hardware che viene scambiato,donato e ottimizzato secondo la pratica del dono e del riutilizzo. Queste pratiche entrano in conflitto con il copyright,con il software proprietario e commerciale. L’informazione e la comunicazione globale sono oggi fattori che influiscono direttamente sulla qualità della vita,non solo influenzando i processi di relazione e di coesione sociale,ma anche in quanto l’informazione e la comunicazione si intrecciano con le forme della rappresentanza e della democrazia,della partecipazione e dell’autogoverno,del lavoro e dell’economia. L’innovazione tecnologica porta con sè nuove modalità nell’organizzazione della produzione di merci e incide direttamente sulle forme di lavoro che si concretizzano nel lavoro cognitivo e reticolare che utilizza la conoscenza come materia prima,oggetto essa stessa di nuove forme di appropriazione,spesso illegittime. Per questo l’accesso ineguale alle reti ed alla conoscenza si traduce in nuove forme di alienazione e di esclusione sociale. L’ineguale distribuzione delle risorse della comunicazione,nota come digital divide,è fonte di numerosi conflitti,in quanto pone dei seri vincoli all’affermazione del diritto di usare il software e le reti per soddisfare i bisogni concreti degli individui ed affermarne i valori. Esso è determinato dalla disparità di accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione,causato dall’assenza di infrastrutture,dal ritardo culturale,da restrizioni politiche e da differenze economiche all’interno di uno stesso paese o fra nazioni diverse. I conflitti che riguardano internet sono in primo luogo relativi al suo impiegocome strumento di produzione e diffusione dell’informazione e la geopolitica di internet riguarda,di conseguenza,la questione più generale della diffusione e dell’uso delle tecnologie per l’accesso all’informazione e il diritto alla comunicazione.





Garantire la privacy:rendere accesibili dati pubblici e proteggere quelli privati

19 03 2009

La società dell’informazione sta evolvendo verso una nuova società della sorveglianza,dove le ICT comportano un notevole salto di qualità rispetto ai tradizionali mezzi di controllo sociale. Questo perchè le memorie informatiche possono immagazinare una mole enorme di dati,trasferirli e scambiarli attraverso la rete,ed introducono dei cambiamenti qualitativi nella natura stessa della sorveglianza. La sorveglianza si riferisce al monitoraggio e alla supervisione di gruppi per ragioni specifiche,e costituisce un fattore di regolazione dei rapporti sociali. Il controllo sociale invece si riferisce alle modalità tramite le quali diversi componenti di un dato gruppo limitano e influenzano le scelte e le interazioni degli altri membri. L’invadenza e la pervasività delle tecnologie microelettroniche utilizzate per tali fini hanno trasformato la questione della privacy in una questione di libertà. La filosofia del controllo basata sulla raccolta di informazioni personali e quindi sulla categorizzazione degli individui è uno strumento di potere che stabilisce le modalità di comportamento corretto,classificando di volta in volta lavoratori,vicini,consumatori come buoni o cattivi. Oggi il controllo opera come modalità di inclusione ed esclusione sociale rispetto al godimento dei diritti di cittadinanza. Il controllo si è evoluto,e non interessa più solo alcuni specifici ambiti,come quello della devianza e dell’organizzazione del lavoro,ma si afferma anche come pratica di mercato attraverso il monitoraggio dei consumi. Infatti,utilizzando i dati registrati sui sistemi elettronici attraverso cui ha luogo la grande maggioranza delle transazioni,gli ingegneri del marketing sociale possono riscostuire i profili degli utenti e usarli per mettere a punto campagne di marketing strategico. I cyberpunk hanno predisposto una serie di strumenti utili a proteggere e tutelare la privacy con sistemi di crittografia,ossia una scrittura segreta il cui codice è condiviso dagli interlocutori,tale che la comunicazione,anche se intercettata,non può essere compresa da altri,con i web anonymizer e gli anonymous remailers,che permettono rispettivamente una comunicazione sicura attraverso i protocolli ssh e ssl e la possibilità di scambiarsi messaggi senza farsi identificare.





L’arte di fare network come presupposto dell’hacktivism.

19 03 2009

I computer e le reti sono uno straordinario strumento di relazione per costruire luoghi ove sperimentare modelli alternativi di socialità. La cifra costante delle interazioni è la libera partecipazione,lo scambio disinteressato di informazioni e conoscenze,l’orizzontalità della comunicazione. La comunità virtuale è così il non-luogo in cui si possono sperimentare e vivere identità altre,al di fuori di quelle imposte dalla società,e spesso diventa anche motore di trasformazione e innovazione sociale,nonchè spazio di critica,partecipazione e conflitto. Quindi,entrare in relazione,costruire spazi comunitari e fare network è il presupposto dell’hacktivism. La libertà dell’individuo si riconosce nella possibilità di cooperare,comunicare,partecipare e scambiare esperienze ed il computer,in quanto nuovo medium della comunicazione,può diventare lo strumento attorno al quale costruire un nuovo modello di società in cui i soggetti siano attivi,non subiscano l’informazione dei mass media ma siano capaci di veicolarle in prima persona. Gli strumenti tecnologici se controllati dal basso sono vettori di cambiamento sociale. Il modello di comunicazione da uno a molti deve perciò essere sostituito da un modello di comunicazione interattiva da molti a molti,in cui gli spettatori siano anche attori in prima persona. Le comunità virtuali sono pertanto il luogo dove il linguaggio può essere l’espressione di una molteplicità anzichè di un singolo gruppo di governo o di controllo sociale. In esse l’identità individuale si forma attraverso un confrono tra una molteplicità di attitudini linguistiche ed è possibile costruire segni il cui senso non sia mediato da una cultura di controllo nè imposto da essa,bensì frutto di confronto critico e collaborativo. L’informazione,man mano che si diffonde,viene ricombinata perchè produce dei feedback  che la amplificano e la modificano. Ma,a differenza di quanto accade altrove,in rete,tale processo avviene per apogenesi:questo vuol dire che non vi è alcuna sovrapposizione nè sussunzione del senso,che,nel mutamento,impedisce l’indipendenza dell’informazione precedente,bensì vi è un fenomeno di divisione che,da una parte,lascia la vecchia informazione indipendente e inalterata,mentre,dall’altra,le fa vivere nuove possibilità di senso. E’ questa una differente forma di dialettica che ha come risultato il confronto tra parti differenti,che non vengono soppresse ma aggregate. Laddove il rapporto di cooperazione lascia la libertà di scegliere il proprio centro,la rete permette la coevoluzione mutuale dei propri componenti,rispettandone l’autonomia;laddove tutto questo non accade,la rete si trasforma producendo conflitto. La rete è inoltre usata dai diversi movimenti per trasmettere insubordinazione,autonomia e identità collettiva. L’obiettivo è quello di una società dove la macchina venga posta a servizio dell’individuo e della sua liberazione. Dal momento che nella società attuale pochissimi uomini controllano la maggior parte dei giornali,dei libri,delle radio,delle riviste e delle televisioni,e questi sono assolutamente contrari a prestare le loro reti alle associazioni della società civile,l’unica soluzione sta nella creazione di reti informative alternative;un esempio può essere costituito dall’European Counter Network,che si pone come uno strumento di trasmissione delle informazioni all’interno di un progetto di agenzia di comunicazione antagonista. Ma,se è vero che da sola una semplice tecnologia non può cambiare un modello economico e sociale,è anche vero che le comunità virtuali sono strumenti efficaci nel produrre trasformazioni culturali nella sensibilità e nella consapevolezza delle persone.





Hacktivism,ovvero la libertà nelle maglie della rete.

18 03 2009

L’hacktivism può essere definito come l’insieme di pratiche sociali e comunicative,valori e stili di vita,in aperto conflitto con i valori del pensiero dominante,e cioè l’individualismo,il profitto,la proprietà privata,l’autorità e la passività sociale. L’uso del computer,così come quello di tutte le tecnologie ICT,è praticato in modo non convenzionale e si configura come un impegno attivo e consapevole per migliorare alcuni aspetti del mondo,con implicazioni sociali,politiche e culturali. Il termine deriva dall’unione delle parole hacking,ossia la messa in opera di una particolare attitudine verso le macchine informatiche,che presuppone sia lo studio del computer per migliorarne il funzionamento,tramite la collaborazione e il libero scambio di informazioni tra i programmatori,sia la condivisione del sapere che ne deriva per dare a tutti accesso illimitato alla conoscenza in essi incorporata,e activism,che indica la partecipazione e le forme di azione diretta da parte dei cittadini. In quest’ottica,le tecnologie sono viste come strumenti utili al cambiamento sociale,perchè consentono la produzione di informazione indipendente dal basso e allo stesso tempo permettono la creazione di luoghi atti ad accogliere una comunicazione libera,orizzontale e indipendente. L’informazione,quindi,è uno strumento organizzativo e di iniziativa pubblica e la comunicazione telematica diventa spazio di azioni e retroazioni,scena di attività collaborative ma anche di nuovi conflitti. L’essere hacktivisti pertanto è un’attitudine verso la ricerca di un mondo migliore,un processo lento che presuppone condivisione e partecipazione collettiva. I valori di riferimento sono quindi l’uguaglianza,la libertà,la cooperazione,la fratellanza,il rispetto,la lealtà,mentre gli obiettivi perseguiti sono essenzialmente la creazione di comunità che abbiano come riferimento i valori citati precedentemente,la garanzia e la tutela della privacy,la distribuzione equa delle risorse e la difesa dei diritti. I principi dell’etica hacker hanno assunto nel tempo la forma di rivendicazioni esplicite,viste come obiettivi irrinunciabili per il superamento della barriera elettronica;si tratta dei diritti digitali,ossia aspirazioni,prassi conoscitive,attitudini,comportamenti considerati come parti fondanti dell’agire comunicativo delle comunità elettroniche eticamente orientate. I principali diritti correlati all’uso dei media interattivi sono i seguenti:diritto alla cooperazione,che riguarda una concezione della rete basata su rapporti di interscambio orizzontale secondo un modello di relazioni paritetiche,che implica la possibilità di realizzare una comunicazione libera ed aperta,capace di accrescere le conoscenze collettive e la cultura del singolo;diritto alla privacy e all’anonimato,attraverso strumenti adeguati per proteggersi dalle incursioni sempre più frequenti sia nella vita privata che in quella pubblica;diritto alla libertà di copia,che coinvolge direttamente la libertà di informazione e di espressione,perchè leggi di copyright e brevetti limitano la circolazione di nuove notizie e scoperte;diritto all’accesso,che include il problema dei costi del materiale e delle connessioni,secondo cui a tutti deve essere garantita la possibilità di acquisire l’hardware e il software necessari alla comunicazione digitale,l’accesso a connessioni che permettano effettivamente di accedere a tutte le informazioni presenti nella rete ed infine l’accesso alla formazione necessaria per riuscire a sfruttare tutte le risorse degli strumenti digitali;diritto alla formazione,vale a dire la necessità di avviare corsi e iniziative finalizzati all’alfabetizzazione informatica degli utenti,in quanto la conoscenza relativa a questi mezzi sta diventando una potente discriminante sia in ambito lavorativo che sociale;infine,diritto all’informazione,che contrasta con ogni forma di censura e di oscurantismo istituzionale,tecnico e commerciale,per cui il mezzo digitale va tutelato da ogni forma di controllo indesiderato e soggetto esclusivamente alla responsabilità individuale dell’utilizzatore.





Glossario

18 03 2009

Software libero: è distribuito in modo che chiunque possa utilizzarlo,copiarlo,distribuirlo,in forma modificata e non. Ciò significa che il codice sorgente deve essere disponibile. Se un programma è libero,esso potenzialmente può essere incluso in un sistema operativo libero quale Gnu o in  sistemi Gnu/Linux liberi. Ci sono diverse modalità per rendere libero un programma. Talvolta le aziende del software proprietario utilizzano il termine free software in riferimento al solo prezzo. Alcune volte ciò significa che si può ottenere una copia del binario senza pagarlo;altre significa che una copia è inclusa nel computer che si sta comprando. Questo non ha nulla a che fare con quello che noi intendiamo per software libero. A causa di questa possibile confusione,quando un’azienda dice di produrre free software,bisogna sempre controllare le licenze per verificare se gli utenti hanno effettivamente tutte le libertà che il software libero implica. Spesso il software libero è più affidabile di quello proprietario.

Software di pubblico dominio:è privo di copyright. E’ un caso speciale di software libero senza permesso d’autore,il che significa che alcune copie o versioni modificate possono essere tutt’altro che libere. Il termine “di dominio pubblico” è un termine legale che significa precisamente senza copyright.

Software con permesso d’autore (copyleft):si tratta di un software libero le cui condizioni di distribuzione non permettono di porre alcuna restrizione addizionale all’atto di ridistribuirlo,neppure se modificato.Questo significa che ogni copia,anche se modificata,deve rimanere libera. Nel progetto Gnu,quasi tutto il software è coperto da permesso d’autore,perchè l’obiettivo è lasciare a ogni utente la libertà implicita nel termine “software libero”.

Software libero senza permesso d’autore:in questo caso,l’autore consente di ridistribuire,modificare,o aggiungere ulteriori restrizioni al proprio programma. Se un programma è libero,ma senza permesso d’autore,alcune copie o versioni modificate possono non essere libere.Un’azienda di software può compilare il programma con o senza modifiche e distribuire il file eseguibile come un prodotto software proprietario.

Software con licenza Gpl:la Gnu Gpl (General Public License) è un insieme specifico di termini di distibuzione per dare permesso d’autore a un programma. Il progetto Gnu lo utilizza come licenza per la maggior parte del proprio software.

Sistema Gnu:è un completo sistema operativo di tipo Unix,cioè composto di molti programmi,la prima versione di prova di un sistema Gnu completo è del 1996. Poichè il fine di Gnu è di essere libero,ogni singolo componente del sistema deve essere software libero,anche se non necessariamente coperto da permesso d’autore.

Software semilibero:è un software non libero ma può essere usato,copiato,distribuito e modificato,incluse le versioni distribuite con modifica,senza scopo di lucro,da utenti privati. Le restrizioni del permesso d’autore vengono progettate per garantire la libertà degli utenti. Noi consideriamo utili solo le restrizioni che impediscano ad altri di aggiungerne ulteriori,poichè i programmi semiliberi presentanorestrizioni motivate da ragioni egoistiche. Aggiungere un programma semilibero renderebbe semilibero l’intero sistema. E ciò non dovrebbe accadere perchè il software libero dovrebbe essere disponibile per tutti,aziende incluse, ed anche perchè la distribuzione commerciale di sistemi operativi liberi è strategica e molto apprezzata dagli utenti. Includere un programma semilibero nel sistema lo impedirebbe.

Software proprietario:è quello nè libero nè semilibero,il cui utilizzo,ridistribuzione e modifica sono vietati senza autorizzazione o sottoposti a tali vincoli che ne impediscono di fatto l’utilizzo.

Freeware:non c’è una definizione comunemente accettata,ma è utilizzato per i pacchetti che possono essere ridistribuiti ma non modificati,e il loro codice sorgente non è disponibile.

Shareware:è un software che da la possibilità di ridistribuire copie,ma impone a chiunque il pagamento della licenza d’uso. Non è software libero nè semilibero per due ragioni:il codice sorgente non è disponibile,pertanto è impossibile modificare il programma,è distribuito senza il permesso di farne una copia,e per installarlo bisogna pagare una licenza d’uso,anche per utilizzi  senza scopo di lucro.

Software commerciale:è sviluppato dalle aziende a scopi commerciali. Ma commerciale e proprietario non sono la stessa cosa:la maggior parte del software commerciale è anche proprietario,ma c’è software libero commerciale e c’è software non commerciale non libero.





Sterling: “Resistere a Gates feudatario dell’informatica”

6 03 2009

Riporto un’intervista a Bruce Sterling, padre del cyberpunk, a Roma nel 2002 per parlare di software libero. Anche se quest’articolo di Riccardo Staglianò risale ormai a qualche anno fa, offre spunti molto interessanti per la riflessione sull’open source.
ROMA – Chiunque si arrabbierebbe al decimo messaggio con virus ricevuto in una sola giornata. Ma se il destinatario è il texano caliente che, con William Gibson, ha inventato il cyberpunk, la rabbia può diventare esplosiva e suggerire ragionamenti più ampi, offrire l’ennesimo argomento a favore del “software libero” (“perché chi lo utilizza è immune dai virus”). Bruce Sterling, che dopo tanti bestseller – per tutti “Giro di vite contro gli hackers” – sta terminando “Tomorrow Now”, pensieri sul XXI secolo che usciranno a dicembre per Random House, è in Italia come star del convegno “Free software. Libertà di informazione in rete” che si tiene stamattina a Torino, e prima di tuonare in pubblico contro i “nemici dell’innovazione informatica”, ha concesso un’intervista a Repubblica.it spiegando perché è un imperativo categorico contrastare le forze del “feudalesimo” (Microsoft) e sostenere quelle del “rinascimento” (Linux e gli altri “open source”).

Il software deve essere solo “libero” o anche “gratis”?
Libero di certo, nel senso che il suo nucleo deve essere a disposizione della comunità degli sviluppatori che potranno metterci le mani e migliorarlo in continuazione, ma gratis non direi, in questo la mia posizione è assai simile a quella di Richard Stallman. Solo così si potrà sperare di mettere fine alla situazione attuale in cui, per colpa del monopolio di Microsoft, l’innovazione è praticamente bloccata da decenni.

In che senso?
Nel senso che i consumatori devono avere la possibilità di scegliere: nessuno deve essere obbligato a comprare i prodotti di Bill Gates, che oggi con Windows detiene il 95% del mercato dei sistemi operativi. Un monopolio che è l’esatto contrario della libertà. Una compagnia privata che detenga una risorsa così importante e strategica per la società non si era mai vista nella storia: non si tratta neppure più di capitalismo sfrenato, ma di feudalesimo, in cui tutto appartiene all’unico grande feudatario davanti al quale gli sforzi di software alla Linux sembrano quelli di piccole e magnifiche città rinascimentali.

E come si fa per rovesciare il “signore del feudo”?
Semplice: non usando i suoi prodotti. Io, ad esempio, da tempo mi rifornisco quasi esclusivamente del cosiddetto “abandonware”, ovvero quel software (“abbandonato”, Ndr) che ci hanno fatto credere fosse vecchio, che nessuno vuole più, e che invece va benissimo alla bisogna della stragrande maggioranza dei compiti e delle persone. Ricordate Dos, e quante versioni ha avuto? Ricordate l’infinita serie di programmi per la videoscrittura che hanno preceduto Word? Io, sul mio Mac, uso ancora un preistorico “Write Now” e mi trovo benissimo, senza contribuire a ingrossare le fila già foltissime dei clienti Microsoft. E sotto Linux c’è la suite StarOffice che è sempre più competitiva con Office e non costa niente.

Nel suo recente “Il futuro delle idee” il professor Lawrence Lessig arriva a sostenere che se il software e le altre opere dell’ingegno non saranno “libere” l’innovazione cadrà a picco. Condivide la diagnosi?
Io mi fermerei al software ma è certo che, a parte i programmi che servono per masterizzare i cd, è molto tempo che nessuno inventa del software nuovo. Da una parte Microsoft fa versioni sempre più pesanti e scadenti dei propri programmi (sempre più vulnerabili ai virus: quest’ultimo di nome Klez ha colpito un pc su 7 e perché dobbiamo pagarne noi le conseguenze?!?) mentre dall’altra Linux e gli altri codici a “sorgente aperto” non hanno fatto che migliorare senza sosta. E non è neppure un caso che le rare scintille di innovazione scocchino solo sul terreno dei palmari e dei telefoni cellulari dove Microsoft non ha il predominio perché è ormai una regola che dove arriva la casa di Seattle, con le sue tattiche discutibili e ripetutamente denunciate in tribunale, i margini di guadagno per tutti i concorrenti diminuiscono fino a scomparire. Le altre aziende vengono mummificate e rimane in vita solo Bill Gates.

Visto che lo cita così spesso, come finirà il processo?
Bene per Microsoft, credo. Alla fine Bill Gates si avvolgerà nella bandiera statunitense e, puntando sul sentimento patriottico, farà passare il messaggio che chi lo osteggia fa indirettamente il gioco di Al Qaeda. Ma non è un ricatto che potrà durare per sempre e soprattutto non fa presa su voi europei: alla Ue consiglio quindi di resistere a tutti i costi e sostenere invece Linux, che per di più è una tecnologia nata nel Vecchio Continente.

Si fa un gran parlare di “copyleft” come movimento di opinione che vada oltre il software e si estenda ai beni fisici e alle altre opere dell’ingegno. Ci crede?
Fuori dal software la vedo dura e mi viene in mente l’ipotesi di un ipotetico ristorante copyleft. Quello che potrebbero dirvi, quando chiedeste di mangiare qualcosa, è che dal momento che la ricetta è a disposizione di tutti non vi porteranno i piatti preparati ma solo gli ingredienti e le istruzioni per cucinarli. Così, per un hamburger, vi toccherebbe prendere la carne, macinarla, pressarla, metterla dentro il panino al sesamo e così via. Possibile ma un po’ faticoso, no? Quindi l’idea del copyleft potrà essere applicata a vari settori del no-profit e magari funzionerà anche benissimo, ma difficilmente diventerà un modello di business.





Perché il Software Libero non è diffuso nella didattica

3 03 2009

Non è improprio, allora, sostenere che chi oggi, per la propria didattica,
sceglie di lavorare con (e per) il Software Libero,
trovandosi isolato e nell’indifferenza generale,
trasforma il proprio insegnamento in un insegnamento di libertà.

tratto da “Perché il Software Libero non è diffuso nella didattica – http://linuxdidattica.org Copyright © marzo 2004, Antonio Bernardi.