Ubuntu, quella sfida africana ai giganti Usa

3 03 2009

Dal sito di Ubuntu, apprendiamo che questa parola africana dal suono esotico – la versione semplificata del sistema operativo Linux – significa: «Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti». Suona vagamente «socialista»? Improbabile. Si tratta di una creatura dell’ imprenditore sudafricano Mark Richard Shuttleworth, star del turbocapitalismo internettiano nonché fondatore di Canonical, la società che ha lanciato Ubuntu quattro anni fa. Oggi questa versione di Linux conta 10 milioni di copie installate sui computer di utenti comuni: la maggiore distribuzione di Linux fra i privati. Il trentacinquenne Shuttleworth è titolare di un ingente patrimonio fin dal 1999, anno in cui ha ceduto la società Thawte, specializzata in certificati digitali e da lui stesso fondata, all’ americana VeriSign per quasi 600 milioni di dollari. Dopo una pausa, in cui si è regalato un viaggio nello spazio da 20 milioni di dollari (è stato fra i primi turisti spaziali ospitati sulle navicelle russe, oltre che il primo africano a lasciare l’ atmosfera terrestre) e ha ulteriormente arricchito il capitale con abili investimenti finanziari, Shuttleworth è tornato sul mercato con un obiettivo ambizioso. Vuole insidiare il dominio di Microsoft sul mercato dei sistemi operativi. Da sempre appassionato di software open source, Mark era tuttavia consapevole del grave limite di questa tecnologia, legato al fatto di essere stata ideata da hacker e ingegneri per servire ad altri hacker e ingegneri, il che la rende ostica per i comuni mortali, viziati dalle interfacce «user friendly» del software targato Microsoft o Apple (non a caso, la diffusione delle distribuzioni commerciali di Linux è circoscritta perlopiù ai server di grandi aziende e amministrazioni pubbliche). Per uscire dal ghetto, occorreva sviluppare una versione di Linux che non avesse nulla da invidiare a Windows e Mac in facilità d’ uso, eleganza e intuitività grafica, con integrazione degli applicativi nel sistema operativo, compatibilità con qualsiasi tipo di periferiche e tutti gli altri elementi che potessero rendere semplice e gradevole l’ esperienza dell’ utente. Così è nato il progetto di Canonical, una società di medie dimensioni (200 dipendenti) ma che può contare su migliaia di programmatori indipendenti. I quali, sedotti dal sogno di costruire una versione di Linux per tutti, collaborano spontaneamente allo sviluppo di applicativi, versioni in lingue diverse, analisi dei bug, e via dicendo. Risultato? Dieci milioni di copie installate su altrettanti computer di persone normali, fra le quali la metà dei dipendenti Google e numerosi impiegati di amministrazioni pubbliche in vari Paesi. È ancora poca cosa di fronte dello strapotere di Microsoft? Forse, ma l’ astronauta-imprenditore, convinto di avere scoperto la via per fare di Linux una tecnologia «mainstream», di massa, è fiducioso che sia il primo passo di una marcia trionfale.

Articolo di Carlo Formenti tratto dal sito corriere.it

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