Sterling: “Resistere a Gates feudatario dell’informatica”

6 03 2009

Riporto un’intervista a Bruce Sterling, padre del cyberpunk, a Roma nel 2002 per parlare di software libero. Anche se quest’articolo di Riccardo Staglianò risale ormai a qualche anno fa, offre spunti molto interessanti per la riflessione sull’open source.
ROMA – Chiunque si arrabbierebbe al decimo messaggio con virus ricevuto in una sola giornata. Ma se il destinatario è il texano caliente che, con William Gibson, ha inventato il cyberpunk, la rabbia può diventare esplosiva e suggerire ragionamenti più ampi, offrire l’ennesimo argomento a favore del “software libero” (“perché chi lo utilizza è immune dai virus”). Bruce Sterling, che dopo tanti bestseller – per tutti “Giro di vite contro gli hackers” – sta terminando “Tomorrow Now”, pensieri sul XXI secolo che usciranno a dicembre per Random House, è in Italia come star del convegno “Free software. Libertà di informazione in rete” che si tiene stamattina a Torino, e prima di tuonare in pubblico contro i “nemici dell’innovazione informatica”, ha concesso un’intervista a Repubblica.it spiegando perché è un imperativo categorico contrastare le forze del “feudalesimo” (Microsoft) e sostenere quelle del “rinascimento” (Linux e gli altri “open source”).

Il software deve essere solo “libero” o anche “gratis”?
Libero di certo, nel senso che il suo nucleo deve essere a disposizione della comunità degli sviluppatori che potranno metterci le mani e migliorarlo in continuazione, ma gratis non direi, in questo la mia posizione è assai simile a quella di Richard Stallman. Solo così si potrà sperare di mettere fine alla situazione attuale in cui, per colpa del monopolio di Microsoft, l’innovazione è praticamente bloccata da decenni.

In che senso?
Nel senso che i consumatori devono avere la possibilità di scegliere: nessuno deve essere obbligato a comprare i prodotti di Bill Gates, che oggi con Windows detiene il 95% del mercato dei sistemi operativi. Un monopolio che è l’esatto contrario della libertà. Una compagnia privata che detenga una risorsa così importante e strategica per la società non si era mai vista nella storia: non si tratta neppure più di capitalismo sfrenato, ma di feudalesimo, in cui tutto appartiene all’unico grande feudatario davanti al quale gli sforzi di software alla Linux sembrano quelli di piccole e magnifiche città rinascimentali.

E come si fa per rovesciare il “signore del feudo”?
Semplice: non usando i suoi prodotti. Io, ad esempio, da tempo mi rifornisco quasi esclusivamente del cosiddetto “abandonware”, ovvero quel software (“abbandonato”, Ndr) che ci hanno fatto credere fosse vecchio, che nessuno vuole più, e che invece va benissimo alla bisogna della stragrande maggioranza dei compiti e delle persone. Ricordate Dos, e quante versioni ha avuto? Ricordate l’infinita serie di programmi per la videoscrittura che hanno preceduto Word? Io, sul mio Mac, uso ancora un preistorico “Write Now” e mi trovo benissimo, senza contribuire a ingrossare le fila già foltissime dei clienti Microsoft. E sotto Linux c’è la suite StarOffice che è sempre più competitiva con Office e non costa niente.

Nel suo recente “Il futuro delle idee” il professor Lawrence Lessig arriva a sostenere che se il software e le altre opere dell’ingegno non saranno “libere” l’innovazione cadrà a picco. Condivide la diagnosi?
Io mi fermerei al software ma è certo che, a parte i programmi che servono per masterizzare i cd, è molto tempo che nessuno inventa del software nuovo. Da una parte Microsoft fa versioni sempre più pesanti e scadenti dei propri programmi (sempre più vulnerabili ai virus: quest’ultimo di nome Klez ha colpito un pc su 7 e perché dobbiamo pagarne noi le conseguenze?!?) mentre dall’altra Linux e gli altri codici a “sorgente aperto” non hanno fatto che migliorare senza sosta. E non è neppure un caso che le rare scintille di innovazione scocchino solo sul terreno dei palmari e dei telefoni cellulari dove Microsoft non ha il predominio perché è ormai una regola che dove arriva la casa di Seattle, con le sue tattiche discutibili e ripetutamente denunciate in tribunale, i margini di guadagno per tutti i concorrenti diminuiscono fino a scomparire. Le altre aziende vengono mummificate e rimane in vita solo Bill Gates.

Visto che lo cita così spesso, come finirà il processo?
Bene per Microsoft, credo. Alla fine Bill Gates si avvolgerà nella bandiera statunitense e, puntando sul sentimento patriottico, farà passare il messaggio che chi lo osteggia fa indirettamente il gioco di Al Qaeda. Ma non è un ricatto che potrà durare per sempre e soprattutto non fa presa su voi europei: alla Ue consiglio quindi di resistere a tutti i costi e sostenere invece Linux, che per di più è una tecnologia nata nel Vecchio Continente.

Si fa un gran parlare di “copyleft” come movimento di opinione che vada oltre il software e si estenda ai beni fisici e alle altre opere dell’ingegno. Ci crede?
Fuori dal software la vedo dura e mi viene in mente l’ipotesi di un ipotetico ristorante copyleft. Quello che potrebbero dirvi, quando chiedeste di mangiare qualcosa, è che dal momento che la ricetta è a disposizione di tutti non vi porteranno i piatti preparati ma solo gli ingredienti e le istruzioni per cucinarli. Così, per un hamburger, vi toccherebbe prendere la carne, macinarla, pressarla, metterla dentro il panino al sesamo e così via. Possibile ma un po’ faticoso, no? Quindi l’idea del copyleft potrà essere applicata a vari settori del no-profit e magari funzionerà anche benissimo, ma difficilmente diventerà un modello di business.

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