Glossario

18 03 2009

Software libero: è distribuito in modo che chiunque possa utilizzarlo,copiarlo,distribuirlo,in forma modificata e non. Ciò significa che il codice sorgente deve essere disponibile. Se un programma è libero,esso potenzialmente può essere incluso in un sistema operativo libero quale Gnu o in  sistemi Gnu/Linux liberi. Ci sono diverse modalità per rendere libero un programma. Talvolta le aziende del software proprietario utilizzano il termine free software in riferimento al solo prezzo. Alcune volte ciò significa che si può ottenere una copia del binario senza pagarlo;altre significa che una copia è inclusa nel computer che si sta comprando. Questo non ha nulla a che fare con quello che noi intendiamo per software libero. A causa di questa possibile confusione,quando un’azienda dice di produrre free software,bisogna sempre controllare le licenze per verificare se gli utenti hanno effettivamente tutte le libertà che il software libero implica. Spesso il software libero è più affidabile di quello proprietario.

Software di pubblico dominio:è privo di copyright. E’ un caso speciale di software libero senza permesso d’autore,il che significa che alcune copie o versioni modificate possono essere tutt’altro che libere. Il termine “di dominio pubblico” è un termine legale che significa precisamente senza copyright.

Software con permesso d’autore (copyleft):si tratta di un software libero le cui condizioni di distribuzione non permettono di porre alcuna restrizione addizionale all’atto di ridistribuirlo,neppure se modificato.Questo significa che ogni copia,anche se modificata,deve rimanere libera. Nel progetto Gnu,quasi tutto il software è coperto da permesso d’autore,perchè l’obiettivo è lasciare a ogni utente la libertà implicita nel termine “software libero”.

Software libero senza permesso d’autore:in questo caso,l’autore consente di ridistribuire,modificare,o aggiungere ulteriori restrizioni al proprio programma. Se un programma è libero,ma senza permesso d’autore,alcune copie o versioni modificate possono non essere libere.Un’azienda di software può compilare il programma con o senza modifiche e distribuire il file eseguibile come un prodotto software proprietario.

Software con licenza Gpl:la Gnu Gpl (General Public License) è un insieme specifico di termini di distibuzione per dare permesso d’autore a un programma. Il progetto Gnu lo utilizza come licenza per la maggior parte del proprio software.

Sistema Gnu:è un completo sistema operativo di tipo Unix,cioè composto di molti programmi,la prima versione di prova di un sistema Gnu completo è del 1996. Poichè il fine di Gnu è di essere libero,ogni singolo componente del sistema deve essere software libero,anche se non necessariamente coperto da permesso d’autore.

Software semilibero:è un software non libero ma può essere usato,copiato,distribuito e modificato,incluse le versioni distribuite con modifica,senza scopo di lucro,da utenti privati. Le restrizioni del permesso d’autore vengono progettate per garantire la libertà degli utenti. Noi consideriamo utili solo le restrizioni che impediscano ad altri di aggiungerne ulteriori,poichè i programmi semiliberi presentanorestrizioni motivate da ragioni egoistiche. Aggiungere un programma semilibero renderebbe semilibero l’intero sistema. E ciò non dovrebbe accadere perchè il software libero dovrebbe essere disponibile per tutti,aziende incluse, ed anche perchè la distribuzione commerciale di sistemi operativi liberi è strategica e molto apprezzata dagli utenti. Includere un programma semilibero nel sistema lo impedirebbe.

Software proprietario:è quello nè libero nè semilibero,il cui utilizzo,ridistribuzione e modifica sono vietati senza autorizzazione o sottoposti a tali vincoli che ne impediscono di fatto l’utilizzo.

Freeware:non c’è una definizione comunemente accettata,ma è utilizzato per i pacchetti che possono essere ridistribuiti ma non modificati,e il loro codice sorgente non è disponibile.

Shareware:è un software che da la possibilità di ridistribuire copie,ma impone a chiunque il pagamento della licenza d’uso. Non è software libero nè semilibero per due ragioni:il codice sorgente non è disponibile,pertanto è impossibile modificare il programma,è distribuito senza il permesso di farne una copia,e per installarlo bisogna pagare una licenza d’uso,anche per utilizzi  senza scopo di lucro.

Software commerciale:è sviluppato dalle aziende a scopi commerciali. Ma commerciale e proprietario non sono la stessa cosa:la maggior parte del software commerciale è anche proprietario,ma c’è software libero commerciale e c’è software non commerciale non libero.

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Sterling: “Resistere a Gates feudatario dell’informatica”

6 03 2009

Riporto un’intervista a Bruce Sterling, padre del cyberpunk, a Roma nel 2002 per parlare di software libero. Anche se quest’articolo di Riccardo Staglianò risale ormai a qualche anno fa, offre spunti molto interessanti per la riflessione sull’open source.
ROMA – Chiunque si arrabbierebbe al decimo messaggio con virus ricevuto in una sola giornata. Ma se il destinatario è il texano caliente che, con William Gibson, ha inventato il cyberpunk, la rabbia può diventare esplosiva e suggerire ragionamenti più ampi, offrire l’ennesimo argomento a favore del “software libero” (“perché chi lo utilizza è immune dai virus”). Bruce Sterling, che dopo tanti bestseller – per tutti “Giro di vite contro gli hackers” – sta terminando “Tomorrow Now”, pensieri sul XXI secolo che usciranno a dicembre per Random House, è in Italia come star del convegno “Free software. Libertà di informazione in rete” che si tiene stamattina a Torino, e prima di tuonare in pubblico contro i “nemici dell’innovazione informatica”, ha concesso un’intervista a Repubblica.it spiegando perché è un imperativo categorico contrastare le forze del “feudalesimo” (Microsoft) e sostenere quelle del “rinascimento” (Linux e gli altri “open source”).

Il software deve essere solo “libero” o anche “gratis”?
Libero di certo, nel senso che il suo nucleo deve essere a disposizione della comunità degli sviluppatori che potranno metterci le mani e migliorarlo in continuazione, ma gratis non direi, in questo la mia posizione è assai simile a quella di Richard Stallman. Solo così si potrà sperare di mettere fine alla situazione attuale in cui, per colpa del monopolio di Microsoft, l’innovazione è praticamente bloccata da decenni.

In che senso?
Nel senso che i consumatori devono avere la possibilità di scegliere: nessuno deve essere obbligato a comprare i prodotti di Bill Gates, che oggi con Windows detiene il 95% del mercato dei sistemi operativi. Un monopolio che è l’esatto contrario della libertà. Una compagnia privata che detenga una risorsa così importante e strategica per la società non si era mai vista nella storia: non si tratta neppure più di capitalismo sfrenato, ma di feudalesimo, in cui tutto appartiene all’unico grande feudatario davanti al quale gli sforzi di software alla Linux sembrano quelli di piccole e magnifiche città rinascimentali.

E come si fa per rovesciare il “signore del feudo”?
Semplice: non usando i suoi prodotti. Io, ad esempio, da tempo mi rifornisco quasi esclusivamente del cosiddetto “abandonware”, ovvero quel software (“abbandonato”, Ndr) che ci hanno fatto credere fosse vecchio, che nessuno vuole più, e che invece va benissimo alla bisogna della stragrande maggioranza dei compiti e delle persone. Ricordate Dos, e quante versioni ha avuto? Ricordate l’infinita serie di programmi per la videoscrittura che hanno preceduto Word? Io, sul mio Mac, uso ancora un preistorico “Write Now” e mi trovo benissimo, senza contribuire a ingrossare le fila già foltissime dei clienti Microsoft. E sotto Linux c’è la suite StarOffice che è sempre più competitiva con Office e non costa niente.

Nel suo recente “Il futuro delle idee” il professor Lawrence Lessig arriva a sostenere che se il software e le altre opere dell’ingegno non saranno “libere” l’innovazione cadrà a picco. Condivide la diagnosi?
Io mi fermerei al software ma è certo che, a parte i programmi che servono per masterizzare i cd, è molto tempo che nessuno inventa del software nuovo. Da una parte Microsoft fa versioni sempre più pesanti e scadenti dei propri programmi (sempre più vulnerabili ai virus: quest’ultimo di nome Klez ha colpito un pc su 7 e perché dobbiamo pagarne noi le conseguenze?!?) mentre dall’altra Linux e gli altri codici a “sorgente aperto” non hanno fatto che migliorare senza sosta. E non è neppure un caso che le rare scintille di innovazione scocchino solo sul terreno dei palmari e dei telefoni cellulari dove Microsoft non ha il predominio perché è ormai una regola che dove arriva la casa di Seattle, con le sue tattiche discutibili e ripetutamente denunciate in tribunale, i margini di guadagno per tutti i concorrenti diminuiscono fino a scomparire. Le altre aziende vengono mummificate e rimane in vita solo Bill Gates.

Visto che lo cita così spesso, come finirà il processo?
Bene per Microsoft, credo. Alla fine Bill Gates si avvolgerà nella bandiera statunitense e, puntando sul sentimento patriottico, farà passare il messaggio che chi lo osteggia fa indirettamente il gioco di Al Qaeda. Ma non è un ricatto che potrà durare per sempre e soprattutto non fa presa su voi europei: alla Ue consiglio quindi di resistere a tutti i costi e sostenere invece Linux, che per di più è una tecnologia nata nel Vecchio Continente.

Si fa un gran parlare di “copyleft” come movimento di opinione che vada oltre il software e si estenda ai beni fisici e alle altre opere dell’ingegno. Ci crede?
Fuori dal software la vedo dura e mi viene in mente l’ipotesi di un ipotetico ristorante copyleft. Quello che potrebbero dirvi, quando chiedeste di mangiare qualcosa, è che dal momento che la ricetta è a disposizione di tutti non vi porteranno i piatti preparati ma solo gli ingredienti e le istruzioni per cucinarli. Così, per un hamburger, vi toccherebbe prendere la carne, macinarla, pressarla, metterla dentro il panino al sesamo e così via. Possibile ma un po’ faticoso, no? Quindi l’idea del copyleft potrà essere applicata a vari settori del no-profit e magari funzionerà anche benissimo, ma difficilmente diventerà un modello di business.





Perché il Software Libero non è diffuso nella didattica

3 03 2009

Non è improprio, allora, sostenere che chi oggi, per la propria didattica,
sceglie di lavorare con (e per) il Software Libero,
trovandosi isolato e nell’indifferenza generale,
trasforma il proprio insegnamento in un insegnamento di libertà.

tratto da “Perché il Software Libero non è diffuso nella didattica – http://linuxdidattica.org Copyright © marzo 2004, Antonio Bernardi.






La Sardegna adotta il software libero

3 03 2009

Via libera a un ddl per passare al sistema operativo GNU/Linux

MILANO – La Sardegna spinge sull’acceleratore dell’innovazione con un ddl approvato dalla Giunta che potrebbe diventare legge regionale. E tutta l’Amministrazione Pubblica sarda passerebbe al sistema operativo GNU/Linux. Tra gli aspetti più innovativi contenuti nel disegno vi sono il diritto all’uso delle tecnologie, la partecipazione democratica, l’alfabetizzazione informatica, la ricerca per lo sviluppo delle imprese nel territorio.

I VANTAGGI – Il software libero, che permette a chiunque di utilizzarlo e ne incoraggia lo studio, le modifiche e la ridistribuzione, presenta una serie di vantaggi. Tra questi oltre ai minori costi per l’amministrazione si possono ricordare: la disponibilità del codice sorgente, l’indipendenza da uno specifico fornitore e i benefici per l’industria informatica locale.

FREE SOFTWARE – La dicitura software libero sta a indicare tutti quegli applicativi rilasciati attraverso una licenza d’uso che permetta di: eseguire il programma per qualsiasi scopo, accedere alla struttura interna del programma (codice sorgente), studiarla ed eventualmente modificarla, ridistribuire il software in un numero di copie illimitato. Buona parte del software libero viene distribuito con la licenza GNU GPL (GNU General Public License), scritta da Richard Stallman fondatore della Free Software Foundation.

IL RESTO D’ITALIA – Molte altre amministrazioni italiane si sono mosse o hanno intenzione di dirigersi verso il software libero. La più all’avanguardia è certamente la provincia di Bolzano che ha già migrato tutta la propria infrastruttura tecnica su standard aperti. Le regioni che hanno già una legge sull’uso del software libero sono: Emilia Romagna, Toscana e Umbria, mentre in via di approvazione sono il Friuli, la Lombardia e da oggi anche la Sardegna.

I PROBLEMI – Le regioni che hanno compiuto questo passo si trovano però a affrontare due tipologie di problemi piuttosto seri. La prima è squisitamente tecnica e riguarda la difficoltà di interfacciare le nuove strutture con tutta la complessità dei servizi digitali erogati dallo Stato, si pensi ad esempio alle infrastrutture informatiche dei Ministeri. Il secondo problema è di tipo politico amministrativo. Se una regione decide di passare al sistema Linux questo significa migrare l’intero Sistema Regione, ossia tutte le sue emanazioni: società controllate e collegate. Tuttavia si verifica spesso che Comuni e Province spingano in tutt’altra direzione non garantendo la piena compatibilità che pure sarebbe possibile con i dovuti accorgimenti. Tutto questo senza contare le scuole che, a parte quelle del Trentino, sono le più indietro di tutti.

LINUX DAY – A promuovere l’uso e la conoscenza del software libero però ci sono tantissime associazioni come i Linux User Group (LUG) e gruppi informali di appassionati e militanti politici come gli HackLab. In particolare tra pochi giorni, il 25 Ottobre ci sarà in tutta Italia il Linux Day, tra i molti non possiamo che segnalarvi i due che si svolgeranno proprio in Sardegna: a Cagliari e a Sassari.

17 ottobre 2008





L’adozione del software libero nella pubblica amministrazione italiana

3 03 2009

Anche la pubblica amministrazione italiana, tradizionalmente afflitta da una forte resistenza alle innovazioni e al cambiamento, si sta interessando al software libero.
L’adozione di sistemi operativi open source, come GNU/Linux, infatti, presenta dei vantaggi notevoli: riduzione dei costi, disponibilità del codice sorgente, indipendenza da specifici fornitori, la partecipazione democratica da parte dei cittadini-utenti, l’alfabetizzazione informatica sul territorio, nonchè lo sviluppo delle industrie informatiche locali. Leggi sull’uso del software libero esistono già in Emilia-Romagna, Umbria, Toscana, e Bolzano risulta essere la provincia più all’avanguardia tra tutte; ma resta ancora molto da fare, prima che il software libero diventi una realtà diffusa capillarmente su tutto il territorio nazionale. Uno dei problemi più gravosi deriva infatti dalla difficoltà di interfacciare le nuove strutture con tutta la complessità dei servizi digitali erogati dallo stato centrale e dalle amministrazioni locali: a mio avviso, l’elemento sul quale è necessario insistere è lo sviluppo di competenze tecniche e specialistiche, al fine di consentire il massimo sfruttamento delle potenzialità offerte dall’open source. Senza tali saperi esperti, il software libero si risolverebbe in un’esperienza fallimentare, priva di qualunque significativa portata innovativa, di cui le nostre amministrazioni hanno davvero bisogno.





Una guida semplice al software libero

3 03 2009

I vantaggi derivanti dall’adozione del software libero sono molti e notevoli, non a caso Firefox, il programma open source per navigare su Internet, nel mese di giugno è entrato nel guinness dei primati con oltre 8 milioni di download in un solo giorno, e il numero di pc che usano un sistema operativo open source è raddoppiato nel giro di un anno. Ma cambiare sistema operativo potrebbe rivelarsi ostico per i “non addetti ai lavori”. Pertanto vorrei segnalare una piccola guida che spiega in modo molto semplice come passare al software libero senza troppa fatica; il titolo è: “Come passare al software libero e vivere felici. Piccolo manuale di indipendenza informatica”, scritto da Fausto Trucillo. Buona lettura a tutti!





Ubuntu, quella sfida africana ai giganti Usa

3 03 2009

Dal sito di Ubuntu, apprendiamo che questa parola africana dal suono esotico – la versione semplificata del sistema operativo Linux – significa: «Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti». Suona vagamente «socialista»? Improbabile. Si tratta di una creatura dell’ imprenditore sudafricano Mark Richard Shuttleworth, star del turbocapitalismo internettiano nonché fondatore di Canonical, la società che ha lanciato Ubuntu quattro anni fa. Oggi questa versione di Linux conta 10 milioni di copie installate sui computer di utenti comuni: la maggiore distribuzione di Linux fra i privati. Il trentacinquenne Shuttleworth è titolare di un ingente patrimonio fin dal 1999, anno in cui ha ceduto la società Thawte, specializzata in certificati digitali e da lui stesso fondata, all’ americana VeriSign per quasi 600 milioni di dollari. Dopo una pausa, in cui si è regalato un viaggio nello spazio da 20 milioni di dollari (è stato fra i primi turisti spaziali ospitati sulle navicelle russe, oltre che il primo africano a lasciare l’ atmosfera terrestre) e ha ulteriormente arricchito il capitale con abili investimenti finanziari, Shuttleworth è tornato sul mercato con un obiettivo ambizioso. Vuole insidiare il dominio di Microsoft sul mercato dei sistemi operativi. Da sempre appassionato di software open source, Mark era tuttavia consapevole del grave limite di questa tecnologia, legato al fatto di essere stata ideata da hacker e ingegneri per servire ad altri hacker e ingegneri, il che la rende ostica per i comuni mortali, viziati dalle interfacce «user friendly» del software targato Microsoft o Apple (non a caso, la diffusione delle distribuzioni commerciali di Linux è circoscritta perlopiù ai server di grandi aziende e amministrazioni pubbliche). Per uscire dal ghetto, occorreva sviluppare una versione di Linux che non avesse nulla da invidiare a Windows e Mac in facilità d’ uso, eleganza e intuitività grafica, con integrazione degli applicativi nel sistema operativo, compatibilità con qualsiasi tipo di periferiche e tutti gli altri elementi che potessero rendere semplice e gradevole l’ esperienza dell’ utente. Così è nato il progetto di Canonical, una società di medie dimensioni (200 dipendenti) ma che può contare su migliaia di programmatori indipendenti. I quali, sedotti dal sogno di costruire una versione di Linux per tutti, collaborano spontaneamente allo sviluppo di applicativi, versioni in lingue diverse, analisi dei bug, e via dicendo. Risultato? Dieci milioni di copie installate su altrettanti computer di persone normali, fra le quali la metà dei dipendenti Google e numerosi impiegati di amministrazioni pubbliche in vari Paesi. È ancora poca cosa di fronte dello strapotere di Microsoft? Forse, ma l’ astronauta-imprenditore, convinto di avere scoperto la via per fare di Linux una tecnologia «mainstream», di massa, è fiducioso che sia il primo passo di una marcia trionfale.

Articolo di Carlo Formenti tratto dal sito corriere.it